mercoledì 3 dicembre 2014

La tregua

"Basti dire, allora, che quando vedete un uomo con il gomito alzato, la testa bassa, le spalle curve su una bevanda marrone scuro, che chiacchiera sottovoce e in maniera ellittica con la barista, brillo e con gli occhi stanchi ma apparentemente felice, sappiate che quello a cui state assistendo è un individuo che si concede finalmente una tregua."
Richard Ford, Lo stato delle cose


Ultimamente sto amando tanto la parola "tregua". E' un lasso di tempo nel quale ci si impone una sorta di pace che aiuta a recuperare energie.
A respirare.
Se riesci a sbirciare con la coda dell'occhio, in questo scorcio di tempo, a volte puoi anche trovarci risposte; risposte non condizionate da sentimenti che annebbiano un po' il cervello.
La tregua può essere di diversi generi. Diciamo che ognuno dovrebbe riuscire ad avere la tregua che si merita. 
Ci sono tregue reali e tregue immaginarie e possono essere entrambe efficaci.
L'importante è staccare lo spinotto del cervello in modo da lasciarlo riposare. Non è che lo si spenga, semplicemente si oscurano alcune stanze che sono troppo incasinate. Si chiude per qualche tempo la porta in modo che il disordine non prenda il sopravvento. La cosa fondamentale è non vedere per provare a sentire.
Lo so, è difficile, ma immaginate di dover partire per un luogo molto affascinante e non avere il tempo per sistemare una stanza. Solo uno sciocco perderebbe un aereo per sistemare una stanza. 
In questo caso, chiunque penserebbe che basta chiudersi la porta dietro le spalle e quel disordine non sarà più al centro dei suoi pensieri.
Durante il viaggio forse ci si penserà ogni tanto, ma lentamente ci si accorgerà che sta avvenendo quel piccolo miracolo che chiamerò distacco.

Nel momento distacco a volte ci si rende conto di sentire meglio. Pare quasi che le soluzioni impossibili ci appaiano affrontabili.
Può accadere che sulla via del ritorno ci prenda una gran voglia di arrivare a casa per riordinare la stanza, ma in un modo completamente diverso dal solito. Abbiamo il desiderio di dare un nuovo ordine alle cose.
Può capitare di aprire la porta e richiuderla di nuovo.
Può capitare di aprire la porta, entrare e ripiombare nel disordine.
In questi due casi non c'è da preoccuparsi troppo. Probabilmente abbiamo solo bisogno di tempo ed altri momenti di tregua.

Può capitare di aprire la porta, entrare, e cominciare spostando piccole cose.
Può capitare di aprire la porta, entrare e rivoluzionare tutto.
Può capitare di aprire la porta, entrare, e buttare tutto dalla finestra.
In ogni caso, l'azione avrà sostituito il pensiero.

Tregua per chi non trova pace.


… una cittadina che ha una vita, e non uno stile di vita.
Richard Ford, Lo stato delle cose

domenica 16 novembre 2014

I was not born in the USA

Se avete un pochino di tempo e un pochino di curiosità vorrei portarvi a visitare un posto.
Non dovete temere nulla.
L'unico effetto collaterale può essere un po' di frustrazione.

Venite con me.

Parte prima (dolce)

Siamo in auto e stiamo percorrendo una strada larga, in mezzi ai boschi.
Ora fate attenzione, svoltiamo e prendiamo un'altra via.
Ci siamo.
Alla nostra destra vediamo una lunga struttura, sembra un grande deposito con a fianco tanti pullman gialli che chiameremo Scuolabus. Le scuole che ho visto qui sono tutte fuori dai centri abitati. Tutte in spazi aperti e molto grandi. Gli Scuolabus sono tantissimi perché devono garantire la trasferta a tutti gli studenti.

Alla nostra sinistra uno spazio esteso, molto esteso, non vediamo la fine.
In questo spazio infinito due costruzioni, basse e immense. L'opposto dei grattacieli che ho visto a New York.
Ora svoltiamo a sinistra ed entriamo in questo spazio.
Enorme, verde.
Attorno a una delle strutture ci sono tanti giochi per bambini. Altalene, grandi scivoli e castelli da esplorare. E' una Elementary school.
Proseguiamo costeggiando un campo da calcio ed altri campi, fino a giungere ad un ampio parcheggio. Siamo davanti all'ingresso di una delle due costruzioni.
Entriamo.
Saluti.
Sorrisi.
Nice to meet you.
Siamo all'interno di una Secondary school americana. Quella che va dagli undici ai diciotto anni e comprende la middle school e l'high school.  
Una scuola di un piccolissimo paese dello Stato di New York.

Il sovrintendente ci guida orgoglioso alla scoperta della sua scuola.

Un corridoio, con tanti armadietti rossi ai lati, è una delle tante strade simili che percorreremo per visitare questo luogo che, ai miei occhi, più che una scuola, sembra già un paradiso per ragazze e ragazzi.
I corridoi sono suddivisi in base alle varie materie. Le materie scientifiche le troveremo quindi tutte nello stesso corridoio, mentre Storia, Letteratura, Lingua e Psicologia, saranno in un altro. I laboratori in un altro ancora e le aree comuni avranno la loro zona dedicata.
Le lezioni sono in corso ma il corridoio non è vuoto, ci puoi incrociare curiosi sguardi giovani o gruppi di persone che parlano tra loro.
Le porte delle aule sono aperte. Non c'è confusione ma neppure silenzio. Solo rumore di vita.

La prima "attrazione" che vediamo è un laboratorio di falegnameria con ogni genere di attrezzatura. Un laboratorio moderno e completo di ogni utensile.
Un odore di legno buono entra in maniera prepotente nelle nostre narici e pare davvero di essere presso un artigiano.
L'artigiano in questione è invece un uomo, che sta in quella che è la sua grande classe, ad attendere dei ragazzi che vogliono imparare a trasformare il legno. Un insegnante.
Qui, sono i ragazzi a spostarsi nelle varie aule o laboratori al cambio dei periods. A parte alcune materie obbligatorie, sono loro stessi a scegliere il loro percorso, che possono anche modificare.
Falegnameria è solo una delle tante opzioni che possono scegliere.
L' artigiano insegnante ci accoglie, ci spiega, ci mostra.
Orgoglioso.

Proseguiamo il nostro tour entrando nel Laboratorio di robotica e tecnologia dove un fiume di terminali vive in armonia con l'alchimia dello scienziato antico. Non c'è lezione in questo momento ma lo scienziato insegnante sta parlando con un ragazzino.
Sul bancone davanti a loro tanti pezzettini che immagino faranno parte di un grandioso progetto. Si respira aria di invenzione.
Si respira la stessa intensità di orgoglio.



Queste grandi aule sembrano in qualche modo tutte collegate tra loro. Entriamo in un luogo dove l'aria di invenzione muta, arricchendosi di arte, siamo nel Laboratorio di pottery.


La musica in sottofondo accompagna un momento nel quale sono le mani ad imparare. Il laboratorio ha una forte personalità, come gli altri che abbiamo visitato.
Pottery è un'altra materia che gli studenti possono scegliere.
La potteratrice maestra sta entrando con un carrello pieno di opere fatte da mani che stanno crescendo. Ce le mostra orgogliosa. Opere create, plasmate, scaldate, seccate, dipinte. E mentre le guardo non posso non pensare alla metafora di una vita che muta, che cresce. Per un attimo penso al vasaio de La caverna di Saramago. Alle sue statuine che devono entrare nel fuoco. Al soffio, al venticello, all'arietta, allo zefiro e a questo passo meraviglioso e illuminante di un libro per me molto importante.
http://her-etico.blogspot.it/2011/11/il-soffio-il-venticello-larietta-la.html

Il Laboratorio di informatica e web design è un vero e proprio mare nel quale al posto delle onde ci sono computer. Vorrei contarli ma l'impresa è impossibile. Temo ce ne sia uno per ogni studente. L'immenso salone viene utilizzato anche per le riunioni e per i corsi di aggiornamento degli insegnanti.

Come vediamo nei film, ogni scuola americana ha un occhio di riguardo per lo sport. Ha la sua squadra di football e le sue cheerleader, ma non solo. In questa scuola, ad esempio, il calcio, sia maschile che femminile, vede il campo riempirsi tre pomeriggi alla settimana di studenti che fanno allenamento e i coach sono insegnanti della scuola, con il loro ufficio all'interno e la classe all'esterno. Non manca neppure la piscina. Lo studente può scegliere.
Ci fermiamo a salutare il coach di soccer e ci vengono mostrate con orgoglio le tante coppe vinte dalle squadre della scuola.
Nei mesi invernali, in questa zona, ci si può inoltre iscrivere ai corsi di sci e, sempre un insegnante, un pomeriggio alla settimana, parte con uno di quei pullman gialli e porta gli studenti sui monti. Una scuola all'aria aperta.
La Palestra interna classica è completata da un'altra palestra attrezzata. Cioè, una vera e propria palestra da body building che gli studenti possono frequentare nelle pause o dopo le lezioni.
Da questa, una grande porta, si apre verso una enorme sala completamente imbottita che è la palestra per la lotta. (Ho ripetuto quattro volte la parola palestra.)
Si.
Ci sono anche le lezioni di lotta.
Può sembrare inopportuno o assurdo insegnare lotta in una scuola, ma si può scegliere.
Si può scegliere se passare un po' di tempo ad imparare la lotta o nella fornitissima e incantevole Biblioteca-Libreria della scuola.
C'è ad accoglierci una vera e propria "insegnante bibliotecaria".
La luce che entra dalle grandi finestre rende questo posto ancora più confortevole. Diversi studenti, sparsi nei vari angoli di lettura, consultano volumi. Scelgono libri.
Vorrei sedermi anche io e ritornare studente per poter approfittare di tanta ricchezza messa a mia disposizione.

Durante le pause si può approfittare anche della Sala relax. Si chiama Senior Lounge.
Ci appare come un mega salotto con tanto di schermo e divani. Ragazze e ragazzi stravaccati si concedono un po' di riposo. Possono scegliere.
Adiacente a questo angolo di pausa c'è la sala mensa, con annesso il bar. Più che una mensa da scuola sembra un grande ristorante self service. Modernissimo. Gli studenti sono comunque liberi di portarsi il pasto da casa e consumarlo insieme agli altri. Da noi è vietato. Un altro valore aggiunto ad una Scuola che non è solo dovere, ma fulcro di vita sociale per centinaia di ragazze e ragazzi. Una vita sociale che si svolge all'interno di un luogo che offre loro non solo nozione, ma possibilità di sperimentare e sperimentarsi. Conoscenza di sé.

Ora arriva la parte migliore:

Il Laboratorio di musica è un piccolo regno completamente insonorizzato nel quale si può imparare a suonare uno strumento.
Qui si impara la musica.
Gli studenti possono scegliere se e cosa imparare. Il sovrintendente ci dice che la musica ha un'importanza fondamentale nello sviluppo dei giovani.
Quello che imparano in questo regno prende poi forma e si realizza nel grande Teatro auditorium. Gli studenti, inoltre, possono scegliere di fare canto. O teatro. O danza.

Mio figlio è negli Stati Uniti da Agosto e doveva stare un semestre. Mio figlio, che ha diciassette anni e sta facendo qui il suo quarto anno di scuola superiore, ha chiesto di poter restare tutto l'anno. Tornerà a Giugno e prenderà il diploma americano in questa scuola.
Mi mancherà da morire ma credo che questa esperienza lo arricchirà talmente tanto che non ho il diritto di interromperla. In Italia ha un gruppo musicale nel quale è cantante e chitarrista. Fanno trash metal. Ha scelto tra le sue materie opzionali il canto. Canterà altro, canterà in coro. Per imparare.
Nel coro ci sono i bassi, i baritoni, i tenori, i soprani e ragazze e ragazzi di età diverse si uniscono e mischiano le loro voci in armonia e tutto ciò diviene melodia.
Ci hanno salutato così alla Secondary School.
Cantando.
E' stata una sorpresa.
Non ho saputo fermare le lacrime di gioia.

Ci ha salutato così.
Cantando per noi.
Sono orgogliosa di lui.




Parte seconda (amara)

Ho chiesto al preside se la sua scuola è un'eccellenza. Mi ha risposto di no. Mi ha detto che è al di sotto della media perché essendo una zona rurale arrivano meno fondi che in altri distretti.
Quella che vedete appena sopra è l'unica fotografia che ho scattato all'interno della scuola. Durante la visita non ho osato farlo per rispetto. Quando ho chiesto di poter fotografare il sovrintendente era assolutamente contento. Il suo orgoglio lo potevo respirare.
Questo non è un post che vuole esaltare gli Stati Uniti. Questa è solo una testimonianza. Credo ci siano scuole pubbliche altrettanto fantastiche anche in altri stati europei. Provate quindi a pensare che io abbia visitato questa scuola in mezzo al mare. In zona franca.
Io vorrei solo portare una testimonianza di scuola diversa dalla nostra. Alla quale forse abbiamo ambito, in modo differente e nostro, per un po' e che poi è tornata indietro, alla scuola prussiana. Dove tutti devono imparare le stesse cose. Dove non è contemplata l'opportunità di poter esplorare le proprie attitudini.
Non so fino a che punto potranno essere d'accordo con me i conservatori.
Io credo che amare la scuola e starci bene, non temere il giudizio o la bocciatura, poter scegliere buona parte delle materie, poter sperimentare ed esplorare tante differenze, poter imparare ad usare le mani e poter abbinare tutto questo alle nozioni, importantissime, di base, che nessuno pensa di mettere in secondo piano ma che dovrebbero essere parte dell'istruzione che, insieme a tanto altro, diviene anche cultura, sia una grande opportunità di crescita. Tutto questo altro in Italia viene offerto privatamente, fuori dall'orario scolastico. Lo troviamo ancora in qualche progetto alle scuole elementari, quasi sempre a pagamento. Alle medie entriamo nel buco nero. C'è stato un momento nel quale si potevano fare materie opzionali, poi i tagli hanno impedito ogni volo pindarico. Nella nostra scuola media i ragazzi suonano il flauto. Alle superiori la musica non esiste.
Di conseguenza è possibile fare attività diverse solo per le ragazze e i ragazzi le cui famiglie possono permettersi di pagare corsi. O attività sportive. Mentre nella scuola che ho visitato la possibilità viene data a chiunque. Possibilità di poter imparare a suonare uno strumento musicale. Di danzare, di cantare, di frequentare una palestra. Di poter fare uno sport.
L'Italia ha ormai una scuola che è diventata semplice dispensatrice di nozioni. Gli insegnanti coloro che debbono rispettare un programma che è fatto da funzionari statali. I giudizi sono numeri freddi. Le strutture obsolete.

Io vivo in un paese dove la scuola è stata costruita da poco perché il terremoto ha reso inagibile quella vecchia.
Quella vecchia era tanto vecchia. Era una vecchia scuola su tre piani.
Abbiamo tante scuole vecchie in Italia.
Ora abbiamo una struttura antisismica. A piano terra.
Una "struttura temporanea" che rimarrà per sempre. Le aule sono piccole ma la scuola è nuova e bella. La costruzione della palestra però (resa possibile anche grazie alle donazioni) è bloccata. Mi hanno detto per problemi di appalti e fallimenti. La mensa, inaugurata da poco, ha un problema acustico che pare amplifichi le voci. Ci hanno detto che il rumore dopo un po' diventa insopportabile e i bambini mangiano in fretta per poi tornare nella loro aula. Dovranno venire a fare dei controlli.
Ma va bene così.
Ci accontentiamo molto. Poi, quando ci capita l'occasione di vedere che si può fare di meglio, un po' di nervoso ci viene.
Ma appena si torna qui si viene immediatamente proiettati verso il basso e quando si è in basso si pensa a chi è ancora più in basso, per consolarsi.
Non si pensa ai diritti ma ai doveri.
Non si pensa alle tasse che si pagano, ai milioni che si sprecano e che potrebbero essere utilizzati per dare tanto di più alle scuole e a tanti altri servizi per i cittadini.
Non si pensa in grande.
Anche per questo ho voluto scrivere quello che ho visto. Per non dimenticarmene troppo in fretta.
Sarebbe interessante se, chi di dovere, ogni tanto prendesse un aereo e andasse in giro per il mondo a prendere spunti.
Le nostre riforme della scuola ormai da tempo sono semplicemente di stampo economico. Risparmiare il più possibile e risolvere i casini legati all'assurdo sistema di "reclutamento" degli insegnanti.
So che ci sono scuole in Italia che riescono ad offrire di più, che riescono a sfruttare in maniera adeguata le poche risorse. E che ci sono differenze importanti tra scuole che distano anche solo dieci chilometri l'una dall'altra. E allora mi chiedo se non ci sia anche un concorso di colpa tra uno Stato che taglia e un mondo scolastico che non ci crede più. Perché dove ci sono dirigenti scolastici e insegnanti che ci credono ancora, le scuole funzionano sicuramente meglio, anche se tutti devono fare i conti con fondi ormai raschiati dal fondo.
Quando il servizio è scarso la differenza la possono fare solo le persone. Ma non voglio entrare nel labirinto di un sistema che a mio parere andrebbe ribaltato. (E poi in questo Paese è sempre colpa degli altri.)

Io ho visto la scuola dei miei sogni. Ma non è qui. Perché se fosse qui sarebbe ancora migliore, sarebbe davvero completa, perché il bagaglio culturale italiano è immenso.
Sarebbe immenso.
Non è tutto da buttare nella nostra Scuola, anzi, c'è tanto da salvare. Dovremmo solo trovare dei governanti che ci credano, che abbiano voglia di esserne orgogliosi.
In questo post ho evidenziato le parole "scelta" e "orgoglio". Non per caso.
Credo siano due punti fondamentali.
Noi non possiamo più scegliere perché forse l'Italia ha smarrito l'orgoglio. La voglia di essere orgogliosa dei suoi ragazzi.
Le nostre eccellenze vanno a studiare, a creare e ad inventare all'estero perché qui sono inutili ed incomprese.
In Italia avremo anche i migliori studenti di storia medioevale, come dice Franceschini, ma il passato senza il futuro è soltanto acqua stagnante.
Siamo geniali ma la nostra genialità è sprecata. Mal gestita.
Questo non è un paese per geni.

Questa è solo la mia esperienza.
her.etico



Alcune informazioni:
High school è il nome utilizzato in alcune parti del mondo (in particolare in ScoziaNord America e Australia) per descrivere un ente che fornisce in tutto o in parte l'istruzione secondaria, cioè quella fase del percorso scolastico situato tra la scuola primaria e l'università. La fase precisa dell'età di accesso a questo livello di scuola varia da paese a paese e all'interno della stessa giurisdizione. In Nuova Zelanda e parti dell'Australia e Canadahigh school è sinonimo di scuola secondaria.

Negli USA

Ci sono 4 anni di high school: freshmen, sophomores, juniors e seniors. Gli studenti, per prendere il diploma nel loro senior year, devono cominciare a raccogliere crediti dal loro freshmen year. A differenza della scuola italiana, negli USA gli studenti possono scegliere i corsi da seguire, dando la precedenza alle materie obbligatorie per prendere la graduation e successivamente alle materie che, invece danno semplicemente crediti. Inoltre se si "fallisce" un corso, non si ripete l'anno, ma l'anno successivo si passa al grado superiore, prendendo però due livelli della stessa classe (quello che si è fallito e quello che effettivamente si dovrebbe seguire) così non si rimane indietro. Ad esempio se un freshman viene "bocciato" in letteratura americana 1, l'anno successivo (sophomore year) deve seguire letteratura americana 1 e 2 e passarli entrambi per avere credito pieno. L'anno è suddiviso in sei bimestri. La scala di valutazione è in lettere (A, B, C, D, F ed E) ed è basata sulle percentuali. A metà anno, alla fine del terzo bimestre ci sono i "mid term exam" ovvero degli esami su tutto il programma fatto fino a quel punto. A fine anno invece ci sono i "final", che invece si basano su tutto il programma dell'anno. Gli esami sono obbligatori per gli studenti che hanno una media inferiore alla C, per gli studenti che hanno una media della B con un giorno di assenza e per gli studenti che hanno una media della A ma con più di tre giorni di assenza.
I compiti in classe possono essere test a crocette, essays o dimostrazioni pratiche, a discrezione dell'insegnante o a seconda della materia. I corsi che vengono offerti a scuola sono molteplici e comprendono ambiti molto diversi, vanno dalle materie classiche come: matematica, studi sociali, scienze, letteratura, storia, educazione fisica, lingue, educazione civica, economia, arte ad altri tipi di corsi come: arte del dialogo o "speech", teatro, cucina, "cheerleading", architettura della rete (web design), scrittura creativa.
Ogni scuola ha la sua squadra di football e il suo team di cheerleader, vengono anche offerte molte altre attività sportive, come: basket, baseball, softball, dance team. Inoltre esistono i vari club a cui ci si può iscrivere (club di spagnolo, club di arte e design, il coro o "glee" ecc). Ogni insegnante ha la sua classe e sono gli studenti a spostarsi per raggiungere il corso. Ci sono materie obbligatorie per tutti gli studenti che devono essere seguite per un numero di anni, le altre materie possono essere scelte in base a interessi personali.

(da Wikipedia)

#scuola #istruzione

mercoledì 10 settembre 2014

Il quaderno perfetto

"Se non ti spaventerai con le mie paure
un giorno che mi dirai le tue troveremo il modo di rimuoverle.
in due, si può lottare come dei giganti contro ogni dolore e su di me puoi contare per una rivoluzione."
En e Xanax
Samuele Bersani



Quando ero piccolo, avevo la fissa del quaderno perfetto.
Ogni volta che mi sembrava pasticciato, fingevo di averlo finito per comperarne uno nuovo e ricominciare da capo.
Ne ho cambiati tanti.
E non ho il ricordo di un quaderno perfetto.
Forse mi piaceva soltanto l'idea di riprovarci sempre, convinto che prima o poi, avrei raggiunto il mio fine.
Ho inseguito la parola fine tutta la vita, ed ora che è arrivata, non posso non essere felice. 
Finalmente sono arrivato ad una fine perfetta. Sto morendo nel sonno. Nel silenzio della notte. Il mio cuore si sta fermando. 
Senza far rumore. 
Non disturberà nessuno. 
Neppure lei.

Il mio quaderno non è mai stato perfetto, anzi, è stato un errore dopo l'altro. 
Non cancellabile. Non esiste una gomma per cancellare gli errori di una vita.
Scarabocchi che si susseguono uno dopo l'altro. 
Li chiamiamo errori perché ci pare sporchino, perché spesso lasciano segni indelebili dentro di noi o sulla pelle di altre persone, alle quali in fondo non volevamo fare male. 
Le cose capitano. Come capita di farsi del male senza farsi del male, ma semplicemente non facendosi del bene. 
Capita. 
Per farsi del male non è necessario farsi del male.

Devo trovare la forza di girare la testa. Devo guardarla un'ultima volta.
Lei.
Lei è la cosa più pura che mi sia capitata. Lei è riuscita a cancellare lentamente tutti i miei scarabocchi. Modificandoli.
Tra le sue mani sono diventati sublimi disegni. Li ha compresi e trasformati.
So bene che non è stato un compito lieve. Ha dovuto prima trasformare se stessa.
Io le ho detto: "Sono incapace di amare".
Lei mi ha detto: "Amare me è una responsabilità troppo grande e io non mi sentirei mai di dare a qualcuno che amo tanta responsabilità." 
In questo modo mi rese leggero. E senza volerlo l'amai.
L'amai perché faceva una cosa alla quale non ero abituato: semplicemente amava. 
Amava in un modo così amabile che pensai immediatamente che fosse quello l'unico modo di amare. 
Amava disarmata. 


Ecco. Ora mi giro piano. 
La vedo.
Ha gli occhi aperti e sulle sue gote brillano lacrime silenziose.
"Buon viaggio." - mi dice -  "Mi è impossibile abbandonarti. Ho mangiato il cibo che hai masticato." E sorride.

Abbasso lo sguardo e vedo il bianco delle lenzuola che si colora. 

"Buon viaggio anche a te" - le dico. E sorrido. 



Quando ero piccola, avevo la fissa del quaderno perfetto.
Ogni volta che mi sembrava pasticciato, fingevo di averlo finito per comperarne uno nuovo e ricominciare da capo.
Ne ho cambiati tanti.
E non ho il ricordo di un quaderno perfetto.
Forse mi piaceva l'idea di riprovarci sempre. Convinta che prima o poi, avrei raggiunto il mio fine.
Ho inseguito la parola fine tutta la vita ed ora che è arrivata non posso non essere felice.

A volte penso che, se nella vita, avessi potuto cambiare quaderno ogni volta che non vedevo ordine, non sarei qui. 
A vedere raggiunto il mio fine: il mio quaderno imperfetto.


Bozza da "Lucilla vive su una nuvola"
che probabilmente non pubblicherò mai o stravolgerò perché Lucilla è scesa dalla nuvola.


Non so se è vero, o lo fingi,
quell'amore che mi dai. Me lo dai.
Tanto mi basti.
Se non lo sono per età sia io giovane per errore.
Poco gli dei ci danno, e il poco è falso.
Però se lo danno, falso che sia, 
l'offerta è reale. 
L'accetto, e a crederti mi rassegno.
Fernando Pessoa


lunedì 25 agosto 2014

Sempre

"Potrei essere piuttosto incazzato per quello che mi è successo, ma è difficile restare arrabbiati quando c'è tanta bellezza nel mondo. A volte è come se la vedessi tutta insieme, ed è troppa. Il cuore mi si riempie come un palloncino che sta per scoppiare. 
E poi mi ricordo di rilassarmi, 
e smetto di cercare di tenermela stretta. 
E dopo scorre attraverso me come pioggia, e io non posso provare altro che gratitudine, per ogni singolo momento della mia stupida, piccola, vita. 
Non avete la minima idea di cosa sto parlando, ne sono sicuro, ma non preoccupatevi: un giorno l'avrete."
monologo finale 
American Beauty


                                        Foto: Nicola Pellacani

Un uomo, è quasi un uomo.
Un uomo che quando ci siamo salutati all'aeroporto mi ha preso in braccio. Non ricordavo la bella sensazione che si prova ad essere presi in braccio. Ora credo che la conserverò per molto tempo.
Forse lo ha fatto perché sono piccola e leggera, in ogni caso, tra le sue braccia di figlio diciassettenne, mi sono sentita sicura; sicura che se la sarebbe cavata benissimo.
Sono una mamma orgogliosa da morire di un figlio che è partito da solo per andare lontano.
Lontano vivrà per mesi, in una città nuova, con una famiglia nuova. E andrà in una scuola nuova, con nuovi compagni. Forse non c'è nulla di speciale in questo ma vi assicuro che tutto cambia. Tutto diventa ragionevolmente nitido e bello.
Senza interferenze.
Da dieci giorni ci divide un oceano ma io lo sento comunque vicino.
Ora, quando ci parliamo, siamo solo una mamma e un figlio diciassettenne che hanno la semplice certezza assoluta di esserci. Sempre.

"Ho lottato a lungo con la mia giovinezza
abbiamo lottato così tanto per vivere nella verità."





venerdì 8 agosto 2014

EXTREMO

«Perché è la verità, Mark. Chiunque lo voglia davvero sa la verità. È solo che la maggior parte della gente non vuole saperla. Significa ascoltare ciò che viene dal profondo. La maggior parte della gente non vuole farlo. Ma le persone speciali ascoltano. La verità la senti, dentro di te. Ascolta. La senti sempre. Nella pioggia. Nelle frequenze morte fra una stazione e l’altra. Nel sussurro magnetico del nastro subito prima che cominci la musica. E nel suono che ti crea nelle orecchie il silenzio assoluto e completo: quel tintinnio luccicante, come un carillon alto nel cielo».
David Foster Wallace




In questi strani giorni di questa strana estate di questo strano tempo mi ritrovo a pensare spesso a quel desiderio che mi accompagna da un po' di fare un viaggio estremo.
Essendo un desiderio, dovrei prima di tutto andare a Roma per gettare una moneta nella Fontana di Trevi (che Angelica dice che per un desiderio grande bisogna lanciare almeno due euro). Lo so, la moneta unica realizza solo il desiderio di ritornare a Roma, ma noi abbiamo deciso che possiamo comunque provare anche con altre richieste rigorosamente segrete. (La leggenda narra anche che se lanci due monete la Fontana porterà una nuova storia d'amore e se ne lanci tre, addirittura un matrimonio. ("Per quindi" contate bene le monete prima di fare il gesto.)
Ma torniamo a me. Ho pensato che con quattro monete potrei azzardare la richiesta del viaggio estremo.
Per "viaggio estremo" intendo che vorrei tentare di ritrovarmi ad essere costretta a mettere in gioco tutte le mie capacità (e potrei anche capire di non averne) fisiche e mentali per la sopravvivenza.
Un viaggio senza mezzi di trasporto comodi o veloci. Con il minimo indispensabile per non avere troppo caldo e con il minimo indispensabile per non avere troppo freddo. 
Con il minimo indispensabile per non avere troppa sete o troppa fame.
Un viaggio che mi costringa a cercarmi ogni giorno un riparo per la notte e ogni notte una meta per il giorno dopo. Che mi faccia sentire forte la paura di perdermi che mi accompagna da sempre e mi costringa a ritrovarmi. 
Mi porterei un ago e un filo per cucirmi le ferite come faceva Rambo. 
Non so se la mia idea sarà efficace o si rivelerà un fallimento, ma l'obiettivo è quello di ricrearmi un mondo davvero difficile, primitivo, dove la lotta per la sopravvivenza sia all'ordine del giorno e l'emergenza la quotidianità. Dove l'uso delle mani sia fondamentale e l'arte di arrangiarsi un obbligo.
Non so ancora se lo voglio fare sola o accompagnata ma sento che sarebbe utile.
Utile e necessario come allenamento al futuro.

her.etico



giovedì 10 luglio 2014

"Io vedo e non mi muovo"




"Che cosa accade alle piccole anime quando le due persone che dovrebbero garantirne la serenità diventano coloro che la sconvolgono?
Che cosa accade alle piccole anime quando sentono, nel loro nido, le grida e i suoni della violenza? Il male uscire dalle labbra e dalle mani di colui che doveva usarle per abbracciare e rassicurare?
Quanto questa esperienza ha pesato sulla costruzione del loro carattere e sul loro modo di affrontare la vita, quanto sui loro rapporti personali e intimi? 
Ho fatto queste domande a cinque piccole anime che sono diventate grandi. Cresciute con la zavorra di aver visto e sentito. Ferme. Paralizzate da un sentimento che tuttora rimane a loro incomprensibile."




Esiste un mio libro, molto piccolo. Una brossura. Una creatura.
È una piccolissima inchiesta che parla di violenza assistita.
Il punto di vista di chi è costretto a vedere. Del bambino che vive e vede la violenza senza potere fare nulla. 
La violenza assistita è come il fumo passivo.
Fa male, tuo malgrado.
Ho intervistato adulti che da bambini hanno vissuto questa drammatica esperienza.
Ho chiesto loro di raccontarmi un pezzettino del loro ricordo e un pezzettino del loro presente.
Li ho levigati e ho provato a trarre le mie conclusioni.
Credo che quello dei miei cinque testimoni sia un punto di vista molto importante e mi sono illusa che possa contribuire in qualche modo a fare riflettere. 
Perchè la violenza in tutte le sue sfumature, è un'energia maledetta che investe e danneggia chiunque si trovi anche solo a respirarla.


Lo potete trovare nelle librerie online:

Magazzino 51: http://www.magazzino51.com/index.php/scheda/libro/9788866283003


Oppure nelle librerie:
Libreria delle donne. Via San Felice 16/A Bologna
Libreria Libre!. Via Scrimiari 51 Verona
Libreria Emily Book Shop. Via Fonte d'Abisso 9/11 Modena
Libreria delle donne Sibilla Aleramo. Via Pietro Calvi 29 Milano
Libreria del corso via Prampolini Guastalla (RE)
Libreria Traverso corso Andrea Palladio 172 Vicenza


Vi aggiornerò prestissimo sulle altre librerie nelle quali poterlo acquistare e vi terrò informati in merito alle presentazioni che partiranno da Settembre.

Nei tre link sotto trovate qualche notizia in più sul libro:

http://scritturebarbariche.wordpress.com/2014/07/17/io-vedo-e-non-mi-muovo/

http://patriziaangelozzi.wordpress.com/2014/07/10/io-vedo-e-non-mi-muovo-storie-di-violenza-assistita/

http://gabbianonews.tv/edizione/nazionale/articolo/io-vedo-e-non-mi-muovo-storie-di-violenza-assistita


Le mie royalties saranno completamente devolute al Centro anti violenza di Modena (Casa delle donne Onlus).
Se lo vorrete comprare o vorrete aiutarmi ad organizzare presentazioni nei centri anti violenza della vostra città (ai quali forse sverrò perché sono timida) ne sarò lieta. 
Grazie. 
Cri

#libri #saggi #violenzadigenere #violenzaassistita

mercoledì 9 luglio 2014

ESTATE

Immaginate di camminare su una strada.
Anzi, non immaginate nulla.
Camminate, camminate, camminate.
Avete camminato lungo autunni, inverni e primavere e ora siete arrivati all'estate.
Freddo senza sentire freddo.
Caldo senza sentire caldo.
Camminate, camminate, camminate.


Tutto accade in un attimo.
Perché c'è un momento che arriva in un attimo, in un battibaleno, in un fulmine.
Forse in un fulmine.
Stai camminando e ti fermi. Di botto.
E ti guardi intorno.
In quel momento vedi. E vedi che i tuoi piedi sono tutti rotti e che la strada è tutta una buca, una fossa, un dosso, un avvallamento e che nessuno aveva messo dei cartelli stradali per segnalare che i tuoi piedi potevano essere martoriati da tanti alti e bassi.
In quel momento vedi. E vedi ai lati della strada solo vecchi alberi secchi e fossati dove qualche screanzato ha gettato oggetti arrugginiti e forse portatori sani di malattie che potrebbero farti ammalare.
In quel momento vedi. Abbassi lo sguardo e ti guardi i piedi. Un disastro.
Alzi lo sguardo e giri la testa. Prima a destra e poi a sinistra e poi di nuovo a destra e poi di nuovo a sinistra e poi guardi avanti.
Avanti?
Ma avanti cosa c'è?

E' estate. Ti fanno male i piedi, finalmente ti fanno male i piedi.
Fa caldo. Hai sete, tanta sete, finalmente tanta sete.
E' estate, fa caldo e tu sei su una strada, ti fanno male i piedi, hai tanta sete e non c'è nulla di dissetante. Allora, preso da una crisi isterica di riso, vedi. Vedi che sei un idiota.
E' estate, che cavolo ci fai in cammino su una strada del genere senza neppure una fontanella, un chiosco, una balera e un'osteria?
E' estate. Hai capito che quella strada non è mica tanto interessante e anche se non sei ancora arrivato alla fine la devi abbandonare perché hai una gran voglia di una strada diversa.
Sulla quale puoi camminare scalzo senza farti male e con tanti verdi e gialli ai lati e con un chiosco pieno di chinotto per il mezzzogiorno e un'osteria piena di allegria per la sera.
E anche una fontanella piena, piena, piena di acqua.

E avanti?
Avanti cosa c'è?
Non importa, immagino ci sia il mare.
E' estate.
Anche se non sembra.
E' estate.



martedì 3 giugno 2014

Quell'angolo del cuore che si chiama "domani"






A volte provo tenerezza nei confronti delle signore nonne. 
Che siano nonne o no, ha poca importanza, scrivo "nonne" perché non mi piace scrivere anziane o vecchie.
Non per tutte la provo; non per quelle che la vita ha inacidito e incattivito (o semplicemente ribadito). 
Non per quelle che guardano storto le ragazzine con i pantaloncini corti.
Brutte invidiose che non siete altro! 
Se vi siete negate la vanità io non ho responsabilità alcuna.
Non per le pettegole, quelle che vivono le vite altrui per riuscire a sopportare la loro.
Non per quelle che hanno fatto le femministe e adesso criticano quelle che si fanno le foto in costume.
Non per quelle che si sono annullate per pigrizia.

Solo per le altre provo simpatia e tenerezza; per quelle che hanno capito.

Alcune di loro sono dispensatrici di perle.
La mia simpatia è mossa dal loro sguardo che non si arrende.
La mia tenerezza dai loro racconti di desideri del passato che le hanno seguite di soppiatto nel presente.
Sulle loro labbra nascono parole che si ripetono, concetti che le rendono simili tra loro. 
Donne che hanno donato la vita per poi ritrovarsi con un pugno di marusticani. Forse per non aver capito in tempo che potevano fare le mamme senza dimenticarsi di fare le donne. 
Forse perché avevano esempi e condizionamenti di altre mamme.
Le loro. 
O di altre donne.
O più semplicemente di una cultura che dettava ruoli imprescindibili. Caverne.

Ci osservano, e pur comprendendo la nostra fatica, sorridono. 
Si rivedono in noi e ci spronano a fare. 

A volte penso che vorrei noleggiare una barca a vela e passarle a prendere. Non sono tante.
Direi loro di preparare una valigia con dentro qualche cambio e un taccuino dove segnare tutte le cose  che avrebbero voluto fare. quelle che sono rimaste in quell'angolo del cuore che si chiama "domani".
Le vorrei portare nei luoghi che sognano di vedere da anni.
Nelle fiabe che hanno immaginato di vivere per secoli.
Nelle isole sconosciute che non hanno conosciuto mai.
E mentre salgono sul ponte darei loro il benvenuto con un "cinque" e una frase:
"Non è mai troppo tardi."
her.etico



"E i marinai, domandò lei,
Non è venuto nessuno, come potete vedere,
Ma li avete ingaggiati, almeno, insistette lei,
Mi hanno detto che di isole sconosciute non ce ne sono più
e che, anche se ci fossero, 
non hanno nessuna intenzione di lasciare la tranquillità delle loro case
e la bella vita delle navi da crociera
per imbarcarsi in avventure oceaniche,
alla ricerca dell'impossibile,
come se fossimo ancora al tempo del mare tenebroso.
E voi cosa gli avete risposto,
Che il mare è sempre tenebroso,
E non gli avete parlato dell'isola sconosciuta,
Come avrei potuto parlare di un'isola sconosciuta,
se non la conosco,
Ma siete sicuro che esiste,
Tanto quanto è tenebroso il mare".
(da Il racconto dell'isola sconosciuta)
José Saramago



domenica 2 marzo 2014

Cronaca surreale di una giornata (circa) reale

Sono le sei e trenta e suona la sveglia.
Suona la sveglia e sono già sveglia.



"Surrealismo" 

Sono le otto.
Sono le otto e arriva la Vedova travestita da vedova. 
La Vedova arriva in auto con il suo figliolo, l'Orfanello. Orfano di padre morto ma che in realtà pare sia fuggito fingendosi morto. Il suo cadavere non fu mai trovato. 
La Vedova lo porta sempre con sé, prigioniero di una cornice, per illudersi di averlo comunque incastrato per sempre.
Salgono sull'auto, ovviamente nera, la Tata Candida e la Bambina perduta. 
Le due donne, mature ma mai maturate, hanno rughe da cuscino che, neppure se esistesse già la Staedler, potrebbero essere cancellate. 
Lo sconforto le avvolge.
A Sant'Agostino decidono di fermarsi in una locanda, sperando nel miracolo di un caffè. Entrano sfidando gli sguardi curiosi degli autoctoni. (L'Orfanello si vergogna per quelle due anime senza pudore.)
La caffeina entra in circolo ma il miracolo non avviene.
Ripartono.
Ridendo.

Oggi la strada è meravigliosa. La luce è meravigliosa. Il sole ci è amico.
(Speriamo anche i fotografi.)


Alle ore che non si ricordano raggiungono un Lido. Davanti a loro, una sbuffante e polverosa corriera carica di persone o personaggi. Gente curiosa. 
I due mezzi si fermano dinanzi ad una spiaggia deserta. E la discesa ha inizio. 
Pare una corriera magica. Con centomila posti. 
Scendono le persone e i personaggi e non finiscono mai. 
Insieme a loro, buffi soggetti vestiti con abiti futuristi. Appeso al collo, un aggeggio che assomiglia vagamente alla macchina fotografica del loro amico Fotografo. Che siano fotografi pure loro?




Come attratti da un richiamo di sirena tutti i personaggi si dirigono verso il mare. La spiaggia pare non finire mai (quando giungi in riva, ai Lidi Ferraresi, è opportuno che non ti venga mai una necessità urgente di tornare indietro). 
Camminano leggeri sulla sabbia, accompagnati da palloncini, ombrellini e antiche gabbiette abitate da immobili uccelli. 
La Vedova e la Tata Candida proseguono a fianco della colorata Prostituta e parlano fitto. Pare vogliano carpirne i consigli segreti. Un Prete ronza nei paraggi, forse desideroso di redimerle o di rubare loro una piccante confessione mentre il giovane Chierichetto alza gli occhi al cielo.
Davanti a loro, la Diva, acceca la folla con il rosso del suo abito e con la lunghezza, surreale, del suo bocchino. Indossa occhiali enormi, scuri, per coprire la malanotte e per non accecarsi da sé.
Ogni tanto si ferma. Riposa e sbuffa bianco fumo.



Gli strumenti dei Musici allietano la loro migrazione verso il mare. 
Un sole complice della benevola follia, promette luce fino alla fine del giorno e stormi di gabbiani giocano a planare su un calmo mare di Febbraio che, ancora senza trucco, li accoglie con il più nudo e sincero "Buongiorno!".




Il mare non appare, il mare è.
Lo puoi fotografare ma non lo puoi catturare. Un Pittore con la sua tavolozza lo guarda estasiato ma, privo di tempera non lo può immortalare. Fantasioso e ricco di tempra, si avvicina ad una giovane violinista per intingere il suo pennello in quell'essere colorato.




Ed è proprio in riva al mare che un esercito di soldati stanchi si unisce al gruppo. Il loro Generale è un bambino. 

Privati di ogni senso e consenso possono finalmente abbandonarsi al dolce nulla della loro voglia di pace. Le Donne soldato ammirano la volpe al collo di una Dama e pudicamente sentono il desiderio di spogliarsi delle loro divise e liberare le piccole bambine nascoste da troppo tempo dentro di loro.


Il giovane Generale vede l'Orfanello e la Bambina perduta, che ormai non sono più soli, volare sulla spiaggia rincorrendo palloncini. Giocano con resti di un naufragio (o nubifragio) e disegnano forme fantastiche sulla sabbia. 
Il Generale bambino, arruolato per errore o mercenario per necessità, abbandona la sua posizione di comando per lasciarsi catturare dalla voglia di giocare. L'Orfanello gli parla come solo due veri uomini sanno parlare tra loro. E lo convince a disertare.




Ma ecco che da lontano giunge una musica nota, familiare. Un motivo che puoi amare o odiare.
Una marcia nuziale.
Una bianca e giovane Sposa a braccetto con uno scuro e attempato Sposo sono pronti a pronunciare una sillaba sibillina.
Tutti i teatranti, i "magicanti" e i futuristi sono invitati ad assistere alle nozze.
Una torta di candido cartone sigillerà l'unione. Giuseppe Verdi sarà il testimone.
Il Sindaco farà loro da Cicerone in questa pittoresca città, ormai di frontiera, chiamata Matrimonio, ricca di intricate vie nelle quali è facile perdersi.



Ma le feste in un mondo surreale non finiscono mai. La piccola principessa oggi compie cinque anni e la nobile Dama madre (che ha anche un neonato che passa i suoi giorni in una carrozzina rasoterra e non piange mai) le organizza una festa danzante.
"Si spengano le candeline, 
si canti il motivetto, 
si aprano le danze!!!"
Danzano coppie surreali (e male assortite) al suono dei musici. 
Un valzer senza senso, senza tempo, in silenzio. 
Un giovane Cameriere passa tra gli invitati con calici di assenzio. 
I bambini sorridono al colorito Burattinaio e ridono alle smorfie di due Pagliacci malandrini.



La festa sta scemando. Gli invitati se ne vanno. 
Un Giornalista e una Ragazza con la gabbietta (giovane e surreale animalista) continuano a danzare allontanandosi morbidamente. 
Lievemente. 
Danzando.



Stoooop!
Grida l'uomo col megafono. Si mangia.
Per trenta minuti tutto torna all'anno 2014.
Nel gnocco farcito e nella Coca-Cola, di surrealismo, se ne trova poco.
La fame, si sa, è un fatto molto reale.
Una Suora in Rayban si fa lucertola tentata dal primo sole che incontra per strada.
La chiamano "pausa pranzo".


Pomeriggio.

Di nuovo un richiamo. Di nuovo musica. Un circo è arrivato alla spiaggia.
Pagliacci e Musici ci invitano allo spettacolo.
Un Domatore tenta l'impresa ardua di ammaestrare una Domatrice.
Una coloratissima Pagliaccia distribuisce caramelle al gusto di sorriso e tenerezza.



Ma un Fellini assorto, in lontananza, non sente aria di festa. Solo vento di ricordi. Osserva senza vederlo un orizzonte che assomiglia tanto al suo. 
Pensa a Gelsomina e alla sua strada. A quello che che è stato e che non tornerà.




La sposa già badante e le sue dame, nel frattempo, stendono panni al sole.
Sole.
Parlano tra loro di bucato e baci.
Un'amica che viene dal futuro ha detto loro che il postino suona sempre due volte. Ma in questo tempo andato, suona due volte soltanto il campanello della bicicletta. Consegna lettere che arrivano da lontano, da luoghi di guerra. Consegna lettere scritte da mani sporche di carbone.




A poche centinaia di metri di sabbia si consuma un picnic, un amore, un dolore. 
Una Dama bianca e il suo Dottore innamorato, nascosti tra ricci e rovi, abbandonano per sempre la speranza di un bacio alla luce del sole e salutano un mare amico che li ha fatti incontrare. 
Coppie ormai scoppiate ballano annoiate sulle note di Buonasera Dottore.

Due ballerine recitano in riva al mare, una danza di pace e di guerra. L'amore senza speranze e senza fine tra il bianco e il nero.




La sera.

La sera annuncia lieve che sta per arrivare.
Un Carabiniere in attesa di prendere servizio la accoglie, sperando anticipi una nottata tranquilla e scacciando, senza successo, il pensiero senza senso di una Dama colorata, che ha incrociato il suo sguardo millenni fa, in una notte di luna piena. 



Imbruna. La Violinista dai capelli che assomigliano ai miracoli accarezza il suo violino e il nostro udito con note antiche e suadenti.
Un trombettista jazz suona la sua serenata alla sua Musa Musicista e la sua preghiera al cielo.
Lo prega di perdonare gli uomini che hanno smarrito un segreto:
il senso profondo della fantasia.




La Suora è perduta.
Amen.
her.etico


Grazie a tutti i personaggi sopracitati.
Grazie a questa esperienza surreale (che diverrà una mostra fotografica reale).
Grazie a tutti i fotografi:
Roberto Gatti
Giulio Pola
Raffaella Pola
Pasquale Sistenti
Antonella Rinaldi
Cristiano Barbi
Emilio Carnevale
Giancarlo Calzati
Enrico Calzati
Ruggero Risi
Davide Bergamini
Nino Modena
Gianni Berengo Gardin
Mosè Franchi
Luciano Bovina









mercoledì 26 febbraio 2014

La talpa

"Cercavo il mare.
Ho mangiato sassi.
Ho scavato con le mani terreno freddo e duro e terreno caldo e morbido.
Ho sporcato le mie unghie con terra profumata e con sterco.
Ho rovinato i miei occhi per vedere fino in fondo. Volevo imparare a guardare nel buio.
Ho trovato qualcosa. 

Ma a che serve scavare?
Arrivare al tesoro e poi scoprirsi a guardare altrove, 
e risalire?

Hai creato un tunnel perfetto,
levigando pareti. Hai lasciato tracce indelebili.
Credevi di poterlo ripercorrere,
credevi di aver imparato perfettamente la strada. 
Ma a che serve?
Una volta risalito togli la scala e la nascondi.
A che serve? 
Se la paura del vuoto tornerà a confonderti e rimarrai immobile sull'orlo del tuo scavo a guardare uno scrigno,
chiuso, 
ricoprirsi di polvere e terra.
Ricoprirsi di tempo."

her.etico







Mi sono seduta sul libro di filosofia di mio figlio, abbandonato sul divano. L'ho sfilato e l'ho sfogliato.
Quando mi sfiora la Grecia Antica penso sempre:
"Capperi, ma quanto erano già avanti questi!"
Ho immaginato l'umanità, nei millenni, e ho visto una talpa.
Che è spinta a scavare, che cerca, che a volte vede, che a volte trova, ma poi non riesce a ricordare o a trasmettere quello che ha visto, ciò che ha trovato.
E la Storia si ripete.
Si ripetono storie all'infinito. Storie pubbliche e storie private.
Credo abbiano ragione quelli che dicono che si impara davvero solo vivendo.
E forse non si impara davvero mai. O non abbastanza.
E siamo obbligati a provare, e a tratti a sbagliare, per capire. A ripetere.
E lo possiamo in qualche modo comunicare, riportare, testimoniare.
Ma non possiamo insegnarlo a nessuno.

Vado a ripetermi la lezione mai letta e mai studiata di oggi. Nel sonno.
Che Zeus mi protegga.
Kalinychta.

her.etico



















venerdì 21 febbraio 2014

Il collezionista di ricordi






Una notte di GiugnoLuglioAgostoSettembre, arrivò in un paese un cantastorie di vere storie.
Era un paese un po' piccolo e un po' grande, le cui case erano cassetti chiusi un po' piccoli e un po' grandi, abitati da persone un po' piccole e un po' grandi.
Nessuno sapeva che fosse un cantastorie venuto dal passato e tutti pensarono che fosse arrivato un esaltato. 
Parlava.
Parlava alle persone un po' piccole e un po' grandi allo stesso modo. Un modo un po' semplice e un po' difficile.

"Uscite dai vostri cassetti e andate fuori.  
Sempre a piangere e rimpiangere, 
ma siete voi che state chiusi nei cassetti o i vostri desideri? 
Quelli sono liberi e vagano nell'aria come tanti palloncini, 
pronti a farsi acchiappare.
Uscite dalle vostre stanze e scrivete sui muri e sulle strade. 
Camminate. Parlate. 
Seguite i palloncini.
La vita si riempirà di ricordi da collezionare 
e la potrete allungare."

L'esaltato vagava per i quartieri con un megafono che assomigliava ad una enorme cornetta del telefono e ripeteva questa ramanzina. Suonando i campanelli di tutti i cassetti.
Era vestito di giallo e di blu dalla nascita, per la "sempre voglia" di sole del padre e per la "sempre voglia" di mare della madre.
Era un collezionista di ricordi.
Qualcuno lo temeva.
Qualcuno rideva.
Nessuno lo ignorava. Non si poteva.

Le sue parole ripetute non trovarono porte aperte ma entrarono dalla porta di servizio nei pensieri della gente. Che si interrogò da sola alla lavagna.

Qualcuno guardò il cielo e non vide nulla.
A qualcuno l'illusione fece vedere alberi e palloncini.
Alcuni uscirono dai cassetti.

Molti tra i pochi si resero conto che, semplicemente, avevano sbagliato sogno. Era un sogno impossibile che non avrebbe donato loro ricordi.
Lo cancellarono per ricominciare daccapo.

Molti tra i molti non si resero conto che seguivano i sogni di altri. I sogni inventati e impacchettati per loro dagli gnomi dell'oro, fatti apposta per essere sognati. E non ricominciarono mai. 

Uno solo prese tutti i suoi pensieri, tutti i suoi libri, tutte le sue immagini, tutte le sue convinzioni e tutte le sue perplessità e mise tutto in un grande baule. 
Lo chiuse a chiave 
e baciò la chiave 
prima di gettare la chiave.

Prese una piccola valigia contenente:
un diario,
una penna,
una macchina fotografica,
una voglia di vedere,
una voglia di sentire,
una voglia di capire,
un coraggio,
un sorriso,
una musica,
un sacco pieno di baci,
dodici parole che non lo avevano deluso mai,
un biglietto per Nonsodove.
E divenne un collezionista di ricordi.


Buon ascolto.
her.etico






#ricordi

riMani

Oggi voglio raccontarvi l’inizio di una storia. Una storia che in realtà non ha un inizio, e neppure una fine, perché è una storia circ...