sabato 29 ottobre 2011

La guerra del kebab

Oggi mio figlio, al ritorno da scuola, mi ha detto:
" Sai che tutte le mattine, in corriera, assisto ad una discriminazione razziale. Ci sono gli operai marocchini seduti, e il posto a fianco a loro è sempre libero. Noi saliamo in tantissimi, la corriera è imballata, ma stanno tutti in piedi piuttosto che sedere vicino agli operai. Pensa, preferiscono stare venti minuti in piedi. Alle sette del mattino."
Ho immaginato la corriera, con tutti i ragazzi in piedi, nel corridoio. Ho immaginato le curve che dalla caverna portano al liceo. I ragazzi con i loro zaini che oscillano. Le risate, le fermate, le frenate. Ho immaginato quei posti vuoti.
Ho pensato a quanti angoli bui ci sono all'interno di piccole caverne. Angoli dove la luce fatica ad entrare perchè, qualcuno più grande di te, si è messo davanti e copre con la sua verità ogni piccolo spiraglio.
Ho pensato al grande buio che ci può essere all'interno di un piccolo cervello. Al limite recondito che viene inserito fin dall'infanzia attraverso messaggi d'amore.
Ho pensato che, preoccuparci di chi ci governa o di chi ci governerà sia un calvario assolutamente inutile se prima, non ci preoccupiamo, di far entrare almeno un po' di luce dentro di noi. Perchè penso che, finchè non saremo in grado di "autogovernarci", delegheremo la responsabilità del nostro buio ad altri e avremo sempre paura. La paura non ci rende degni di essere procreatori ed educatori.

Se avete figli adolescenti, forse vi sarà capitato di vedere "casualmente" post o commenti sulle loro piccole bacheche. Gli "sporco negro" o il "marocchino di merda", sono epiteti di uso comune.
O forse nessuno vede...
...nessuno vede, nessuno sente, nessuno legge, nessuno parla. Se io fossi l'autista della corriera, vedendo tutti quei ragazzi pericolosamente in piedi, alla prima fermata, mi alzerei e li farei cortesemente accomodare nei posti che sono lì, in attesa di un utente di qualsiasi colore, religione e odore.

Ma noi siamo il Paese dove i sindaci, di ogni pensiero, si mettono a fare la guerra ai Kebab.
Come se bastasse far scomparire i kebabbari per far comparire, miracolosamente, dei giovani imprenditori italiani che, decidano di dedicare la vita a far tortellini, guadagnando poco più di niente. Come se bastasse eliminare i cibi tipici di altri luoghi per far riscoprire le tradizioni o la tipicità italiana a bocche che ambiscono al massimo a mangiare un cheeseburger.
Se non "ci piace" il Kebab  perchè non è cibo di nostra tradizione, allora non dovremmo contestare anche l'Happy Meal?
E se come avviene nella caverna il kebabbaro fosse napoletano?
Ma di che cosa stiamo parlando? Di cibo da ingurgitare per soddisfare un piacere nazionalista?
Ma è questo che intendiamo noi per cultura, per tradizione? E a cosa serve una tradizione?
Mi rendo conto che sto parlando di nulla.
Le tradizioni, come le religioni, non sono altro che un limite alla conoscenza dell'assoluto.
Mio figlio si siede, tutte le mattine, accanto a chiunque. Sono orgogliosa di lui, anche se non ci sarebbe motivo di esserlo. Forse questo mi dovrebbe bastare. Non mi basta. Vorrei che lo facessero tutti, vorrei che fosse scontato farlo.
In quanto alla luce dentro di me, credo di dover aprire ancora molte finestre.

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