lunedì 14 marzo 2011

PACO

L'11 ottobre 2010 la nostra famiglia si è allargata.

Ci siamo andati a prendere Paco.
Paco, l'avevamo conosciuto 10 giorni prima, al canile. Il nostro primo incontro era stato puramente platonico, infatti Paco non si era concesso neppure per una lieve carezza. La settimana successiva siamo tornati a trovarlo e, la responsabile del canile è riuscita a prenderlo e me lo ha messo in braccio.
Immobile e al tempo stesso tremante, ha lasciato che io lo coccolassi, senza mai scomporsi, senza mai lasciarsi andare. Il giorno dopo, ce lo siamo portati a casa. Razionalmente poco convinti, emotivamente ormai responsabili della "rinascita" di questo cane.
Paco è un meticcio nero, a pelo lungo e di taglia piccola. Ha circa 4 anni. Un giovanotto.
Paco ha avuto la filaria e gli manca un occhio. Era al canile da mesi, tolto ai suoi precedenti proprietari dopo varie segnalazioni per maltrattamenti.
I primi giorni a casa li ha passati nascosto dietro una siepe. Dopo una settimana abbiamo sentito la sua voce. Abbaia.
Paco non è un cane comune, non ti fa le feste, per coccolarlo devi prenderlo con la forza e il guinzaglio è per lui uno sconosciuto.
Però è buono, ci sta provando, ha capito che ci prendiamo cura di lui, ma non si fida. Basta alzare un braccio involontariamente che lui si ritrae, si spaventa.
Paco ha 4 anni, ma è cucciolo. Paco è "senza pelle", non ha difese, perchè non ha avuto affetto, perchè gli hanno fatto del male.
Paco non può "rinascere", perchè non ha resilienza, non ha gli strumenti per superare un trauma.
Quando lo guardo nell'occhio, non posso fare a meno di pensare a certi ragazzini.
Ragazzini che i "benpensanti" non gradiscono. Che a scuola spesso danno il tormento agli insegnanti.
Quando conosci le storie di alcuni di loro, ti rendi conto che, come Paco, non hanno gli strumenti, e quel po' di resilienza che li fa andare avanti, se la sono costruita da soli, è legata all'ottimismo dell'infanzia, dell'inconsapevolezza. Ma non basta.
La resilienza si costruisce con l'amore, con l'accoglienza, con la fiducia e, più persone hai intorno a te, da bambino, che ti riempiono l'anima di tutto ciò, più sarai in grado di affrontare la vita, di superare i traumi.
Quando conosci le storie, di lutti, di violenza, di umiliazione o semplicemente di indifferenza, non puoi non capire. Non puoi non tentare una carezza.
Ci vuole tempo per conquistare la loro fiducia, ci vuole sincerità d'animo. L'unica cosa che desiderano è di essere accolti, di essere uguali agli altri, ma sanno che non è possibile. Per loro è stato diverso, e la frustrazione è immensa, e la rabbia in qualche modo esce.
Paco non può "rinascere", ma lui non deve uscire nel mondo. Lui ora ha la sua cuccia, il suo prato, la sua famiglia che lo accetta per quello che è, che non è altro che la conseguenza di quello che è stato. Ma un bambino no, un bambino deve affrontare una vita, ha diritto ad avere gli strumenti per farlo. Qualunque sia la sua storia.
 Un bambino ha diritto ad una possibilità di "rinascita".
 Ma chi ha il dovere di dargliela se la sua famiglia non è in grado?

1 commento:

  1. Io penso che ognuno di noi, ogni essere umano dovrebbe, secondo le proprie possibilità, vivere rispettando e prendendosi cura del "prossimo". Che vuol dire CHIUNQUE, come dice mia figlia, otto anni, il prossimo è chiunque (glielo ha detto la sua maestra). Non vuol dire fare i Supereroi; "prendersi cura" non significa riempire il proprio appartamento di chiunque abbia bisogno di un tetto.... sarebbe impossibile. Ma basterebbe, se ne abbiamo la possibilità, avere e prestare un'attenzione, una presenza significativa davanti a chiunque dimostri un bisogno reale. Può essere un bisogno materiale o affettivo. E "prendersi cura" non vuol dire necessariamente farlo in prima persona. Ho visto tante volte delle persone attivarsi per cercare aiuti che non potevano fornire in prima persona... Se quei bambini trovassero sulla loro strada almeno una persona disponibile all'ascolto attivo, non giudicante, presente (e sarebbe auspicabile fosse insegnante) lascerebbe un segno. Visione utopica? Spero di no, altrimenti al mattino non avrei ragione di alzarmi per andare al lavoro.

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La Ele

Questo sorriso si chiama Eleonora. Ha 19 anni. E sta facendo un viaggio speciale. Sola. La Ele la conosco da tempo perché ...